DOI: 10.30443/POI2018-0003

Fenomenologia, neuroscienze e la mente estesa

Che atteggiamento tenere verso la “neuromania”?

di Maria Chiara Bruttomesso

 

Un filosofo che si interroga sulla sua responsabilità di interrogatore, di torpedine socratica che mira a risvegliare domande sopite, si dovrà anche chiedere chi sono i suoi destinatari, dentro e fuori le mura accademiche. E c’è un ambito, oggi, che si propone come alleato-antagonista della filosofia, sia nella divulgazione che nella ricerca. Tuttavia, esso – così sosterrò – si rivolge alla filosofia, è destinatario del suo messaggio e del suo insegnamento, e a sua volta tenta di ripensare alcuni dei maggiori problemi filosofici. È l’ambito delle neuroscienze. Se si pensa ai maggiori dibattiti che legano a doppio filo le due discipline, non si può prescindere dai temi del libero arbitrio – a partire dai controversi esperimenti di Benjamin Libet – della coscienza e dell’identità personale (Daniel Dennett, Derek Parfit), dell’interconnessione cervello-mente-corpo (Shaun Gallagher, Dan Zahavi), e infine dell’empatia, soprattutto dopo la scoperta dei neuroni specchio a opera di Rizzolatti e colleghi, che oggi vede Vittorio Gallese come l’esponente di quel gruppo di ricerca più attivo  nel confronto con il mondo fenomenologico. Già a partire da questi pochi e limitati esempi, non è difficile scorgere il fascino e l’attrazione che la filosofia esercita sulle neuroscienze, che cercano oggi di rispondere a domande irrisolte poste ai tempi del pensiero greco, scolastico, fenomenologico. Basti pensare, ad esempio, a come una certa interpretazione dei neuroni specchio come ‘simulazione incarnata’ abbia originato un dibattito interdisciplinare sulle basi dell’empatia, dove in certi casi le connessioni fra livello neurale e livello esperienziale possono risultare piuttosto controverse.

 

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