Tra bisogno di credere e crisi del credibile: la sottile linea di unione tra ‘vero’ e ‘sacro’ nell’opera di Leonardo Sciascia
di Fiorenza Manzo
È ormai universalmente atteso come più rigoroso l’approccio che tende a sezionare, analizzare, isolare come un intero a sé stante ogni tassello dell’opera di un autore. E tale approccio si mostra tanto più deciso quanto più grandi sono la statura e la risonanza dell’autore e dell’opera considerati. È invece sempre più spesso sprezzantemente bollato come “manualistico” il tentativo di sintetizzare, ricompattare, riunificare, rintracciare continuità in un corpus di scritti comunque distanti. In questa sede, senza alcuna pretesa di discutere pregi e limiti strutturali di questi due approcci, si vuole innanzitutto osservare che – purché non sia condotto con intento riduzionistico – il tentativo di intercettare la fondamentale sensibilità che anima un autore, soprattutto in ambito letterario, non è mai spregevole, non è mai vano e non manca mai di suscitare sincero interesse.
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