DOI: 10.5281/zenodo.20448151
La rivoluzione altrove
di Giuseppe Palermo
In un’intervista risalente al 2009, Alain Badiou affermò in maniera piuttosto radicale che l’idea di rivoluzione fosse in crisi. Intendeva con ciò non limitarsi a notare il rallentamento (meglio dire lo ‘stallo’) dei processi di trasformazione della società, ma la crisi profonda attraversata dalla pretesa stessa di poter avviare questi processi. Insomma, non solo non si fanno più rivoluzioni, ma nemmeno si spera più di farne. La deriva puramente ‘descrittivista’ di parte della filosofia francese, affascinata dal modello anglosassone, rappresentava ai suoi occhi la definitiva resa nei confronti della nota tesi marxiana: i filosofi hanno provato (fallendo) a cambiare il mondo, ora si tratta di ricominciare a interpretarlo. Tuttavia, la posizione di Badiou non accetta questa resa, anzi evidenzia la necessità di ripensare le nuove modalità in cui la rivoluzione possa riaffermarsi, una volta superata la crisi dovuta alla fine (anticipata) del Secolo breve.
La rivoluzione dopo la Rivoluzione, insomma. L’alternativa si pone allora tra l’accettazione passiva (o in alcuni casi convinta) della ‘fine della storia’ e dall’altro lato il ripensamento delle forme di azione su di essa che il Novecento ha prima elaborato, poi consumato, infine rigettato – e dunque una rivoluzione senza partito, senza stato.